Il limite delle risorse umane

– di Luisa Ferrari –

Risorse illimitate

La natura umana è portata, per sua stessa costituzione, a cercare di oltrepassare il limite, in quell’ansia di assoluto che alimenta i sogni e fa percorrere strade non sperimentate al fine di ottenere risultati concreti e proiezioni verso il futuro. La tensione che si genera ricade su tutti gli aspetti del vivere, quelli personali e quelli sociali: il singolo vorrebbe ampliare le sue potenzialità, vivendo in una prolungata giovinezza irresponsabile; le società vorrebbero illudersi di aver raggiunto un grado di sviluppo che non può in alcun modo declinare.   

 Si amplia anche la dicotomia tra chi considera l’imprevedibile come possibile portatore di sofferenza, disuguaglianza e regresso, e chi pratica la strada dell’ottimismo a tutti i costi, aggrappandosi all’idea di un’eterna giovinezza del corpo, degli individui, delle società. Accettare questa contraddizione significa comunque porsi interrogativi nuovi, alla ricerca di una nuova razionalità che, salvaguardando le conquiste innegabili, non dimentichi il rischio dell’implosione, sempre insito in ogni fenomeno caratterizzato da una progressiva, incontrollata espansione.

CASO     “Second Life è un videogioco”

Dario ha 60 anni, è un uomo soddisfatto della vita che conduce, genetista in un importante istituto di ricerca; ha un figlio di trent’anni,  nato dal suo primo matrimonio, finito da tempo.  Circa otto anni fa, Dario ha conosciuto una donna di venticinque anni più giovane di lui, con la quale è andato a convivere; da qualche tempo la giovane compagna, giunta al limitare dei 35 anni, avanza pressanti richieste di poter avere un figlio.  Dario dapprima è perplesso, molti dubbi lo agitano, ma alla fine si persuade che una nuova vita non può che rappresentare un momento di rigenerazione per tutti. I primi tentativi di concepimento tuttavia non vanno a buon fine e la coppia è costretta a ricorrere alla fecondazione assistita, che permette di conseguire il risultato sperato; il bambino nasce, è un altro maschio e tutti lo accolgono come una promessa di vitalità.

Quando il bambino ha sei mesi, a Dario viene diagnosticato un tumore alla prostata, preso in tempo, quindi curabile con le terapie del caso; ma non si può mai essere certi di una guarigione. I dubbi accantonati in precedenza si riaffacciano alla coscienza dell’uomo e lo tormentano; sono riconducibili a tre ordini di problemi: la sua personale condizione di uomo non più giovane e ammalato, il suo rapporto con le figure parentali, lo scenario di un futuro dove si agitano immagini apocalittiche. Prima di tutto lui come individuo, se da un lato, in quanto scienziato, nutre grande fiducia nel progresso e nelle possibilità della medicina, è anche consapevole che le variabili messe in campo sono tante, non solo quelle meramente biologiche, su cui le terapie agiscono, ma soprattutto quelle spirituali,  morali. Ha sperato in una rigenerazione, in un prolungamento della giovinezza, e ora si sente tradito, scopre in modo brutale la sua fragilità, il futuro si fa incerto.

Ma ciò che lo preoccupa di più è la responsabilità verso i suoi famigliari; soprattutto la evidente disparità di trattamento che può riservare ai suoi due figli: il primo lo ha conosciuto come padre amorevole, giovane, una guida sicura verso il futuro, fiducioso nelle potenzialità della cultura e della scienza. Il secondo lo conosce come padre ancora affettuoso, ma con il tarlo dell’incertezza circa la sua sorte: è troppo piccolo per capire, ma i bambini avvertono un atteggiamento non del tutto rilassato da parte dei genitori. Anche se guarisse, che cosa può offrire al piccolo? Il declinare delle sue potenzialità, il circolo vizioso dei controlli medici, l’ansia di un responso non favorevole; e se gli avesse addirittura trasmesso la predisposizione genetica all’insorgenza di un tumore? 

Anche il destino della terra e dell’umanità improvvisamente gli sembra al collasso: aumento inarrestabile della popolazione, emigrazioni sempre più massicce, disastri ambientali, allarme climatico, diminuzione significativa delle possibilità lavorative. Che mondo si prepara per il bambino che gattona ai suoi piedi?

La natura problematica di questo caso permette di enucleare diversi dilemmi etici:

– Il protagonista del racconto ha peccato di superficialità, di superbia o semplicemente si è dimenticato che le età della vita sono un dato di fatto e limitano le nostre scelte?

– Lo spettro di un’esistenza vuota di promesse può giustificare una forzatura verso traguardi praticabili, ma non controllabili per quanto concerne le conseguenze?

– Di fronte al conflitto tra libertà morale, diritti riconosciuti e doveri di responsabilità verso i propri simili, ponderare le proprie scelte è solo un segno di debolezza, di rifiuto dell’imprevedibilità del nuovo, o al contrario un segno di maturità culturale?

– Sperare nell’avvento di un mondo nuovo in maniera genericamente ottimistica è un inganno perpetrato ai danni delle nuove generazioni o un necessario impulso a superare gli ostacoli e a battersi per il miglioramento?

Nell’analisi del caso specifico è necessario soffermarsi su alcune questioni:

  • Uno dei principi base della bioetica è quello della giustizia: in mancanza di parere diretto dell’interessato (il bambino troppo piccolo), i comportamenti del genitore risultano perseguire questo obiettivo?
  • Diritti e doveri dovrebbero bilanciarsi in una società fondata sulla giustizia; come si configura il bilanciamento in questo caso?
  • Il limite alla libertà individuale, che consiste nel non calpestare quella di altri, come può manifestarsi nel caso in cui il suo esercizio ricada su un individuo non ancora in grado di esprimersi in prima persona?
  • Ampliando il discorso alle generazioni future, ha senso parlare di diritti di individui non ancora nati?
  • Se quando si è giovani si aspira a diventare grandi e quando si è vecchi si aspira a ritornare giovani, l’idea di generazione ha senso solo da un punto di vista anagrafico oppure richiede una caratterizzazione più ampia?

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