Covid-19: il nazionalismo vaccinale

– di Massimo Sartori –

I vaccini sono sempre stati considerati strumenti efficaci non solo per prevenire le malattie infettive in chi viene vaccinato, ma anche per ridurre la loro incidenza in tutta la popolazione, attraverso i meccanismi dell’immunità di gregge.  

Nonostante questa affermazione sia largamente accettata, le campagne vaccinali contro SARS-CoV-2 di molti Paesi, Italia inclusa, sono state condotte come se la vaccinazione avesse unicamente la funzione di preservare la salute dei singoli individui vaccinati.

Questo comportamento è stato in gran parte determinato dall’esito delle ricerche cliniche che hanno portato alla commercializzazione dei primi vaccini ‘occidentali’ per la prevenzione di Covid-19. Di fatto, questi studi sono stati disegnati con l’unico intento di dimostrare la capacità del vaccino di prevenire la malattia nelle singole persone vaccinate, e non per indagare se esso fosse in grado di evitare anche l’infezione degli stessi vaccinati, nonché per valutare se le persone immunizzate, e ciononostante infettate, fossero state in grado di trasmettere l’infezione.

In conseguenza del risultato di questi primi studi, che, in conformità con il loro disegno, hanno dimostrato esclusivamente la capacità dei vaccini di prevenire la malattia e la morte in chi era stato vaccinato, i decisori politici non hanno potuto fare altro che dare priorità per la vaccinazione alle persone a maggiore rischio di malattia e di morte, con l’intento di risparmiare, nel breve periodo, sofferenza e vite umane.

Fortunatamente, i primi dati che provengono da Israele e dalla Gran Bretagna, Paesi in cui una buona parte delle persone sono già state vaccinate, suggeriscono che la vaccinazione di massa contro Covid-19 riduca anche la propagazione del virus.

Se questi dati saranno confermati, dovrà essere rivalutata la strategia di prioritizzazione nella somministrazione dei vaccini, offrendo gli stessi con precedenza anche a coloro che, per le loro mansioni o per il loro stile vita, hanno più probabilità di contagiare altre persone. Un simile approccio potrebbe infatti prevenire la sofferenza e la perdita di vite umane nel medio periodo, attraverso la riduzione della circolazione del virus nella comunità.

Con l’impiego di vaccini efficaci, esiste in teoria anche la possibilità di raggiungere, nel lungo periodo, un’immunità globale per tutta la popolazione del pianeta. L’ostacolo maggiore al tentativo di raggiungere questo obiettivo consiste nel nazionalismo vaccinale, termine che definisce l’atteggiamento secondo cui ogni nazione è responsabile soltanto dell’accesso al vaccino per i suoi abitanti.

Anche se è comprensibile che ogni comunità cerchi di proteggere i suoi membri attraverso l’accesso ai vaccini e cerchi di ottenerne il numero di dosi più alto, anche a scapito di chi non appartiene a quella comunità, questo comportamento è miope e non può raggiungere risultati duraturi. In effetti, la maggior parte degli studiosi ritiene che una campagna vaccinale efficace contro SARS-CoV-2 debba includere, in modo bilanciato, tutti gli abitanti del globo, compresi i cittadini dei Paesi a basso e a medio reddito.

Nell’ultimo numero del New England Journal of Medicine, Katz e collaboratori hanno riportato che, mantenendo l’attuale ritmo di vaccinazioni e fornendo a suo tempo la possibilità di vaccinarsi anche agli abitanti dei Paesi più poveri, l’immunità di gregge globale potrà essere raggiunta soltanto in quattro anni e mezzo[i]. Di fronte a questo dato, i Paesi ricchi devono comprendere che un cambio di passo è necessario, nel loro stesso interesse.

E’ infatti conveniente per il “Nord del mondo” dare il proprio contributo alla vaccinazione globale, rinunciando al nazionalismo vaccinale, in un pianeta che è irreversibilmente interconnesso, per cercare di porre termine all’emergenza pandemica da Covid-19.

Perché si realizzi in tempi rapidi la vaccinazione universale della popolazione mondiale, gli Autori sostengono la proposta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con cui si chiede alle case farmaceutiche di rinunciare ai diritti sulla proprietà intellettuale relativi alla scoperta dei nuovi vaccini contro SARS-CoV-2. Essi giustificano tale richiesta con la situazione eccezionale legata all’emergenza pandemica, e con i rilevanti contributi pubblici che sono stati preventivamente versati dai vari governi alle industrie per la loro ricerca e il loro sviluppo.  Poiché la rinuncia ai brevetti è condizione necessaria, ma non sufficiente, per una rapida immunizzazione globale, Katz e coll. auspicano che vengano messi in campo gli investimenti necessari per aumentare da subito la produzione mondiale dei vaccini.

La capacità di fare in modo che tutti gli abitanti del mondo accedano alla vaccinazione contro SARS-CoV-2 – essi concludono – potrebbe rappresentare il test cruciale per caratterizzare la nostra epoca.


[i] I.T.Katz e coll. From Vaccine Nationalism to Vaccine Equity – Finding a Path Forward. N Engl J Med 384;14 pp 1281-3.

Un pensiero riguardo “Covid-19: il nazionalismo vaccinale

Rispondi