La Grande Fuga. Riflessione su solidarietà e cooperazione

– di Luisa Ferrari –

L’ antica novità delle migrazioni

Nella storia umana si è da sempre verificato, a ondate non regolari ma costanti, il fenomeno dell’abbandono del proprio luogo di origine alla ricerca di nuove prospettive di vita. Si è trattato a volte di far fronte al venir meno delle risorse agricole; altre volte la fuga è stata determinata dall’insorgere di guerre con paesi limitrofi; in altri casi i rivolgimenti politici interni in un paese impedivano il proseguimento di una regolare convivenza; e ancora l’insorgere di violente e devastanti epidemie ha costretto spesso le popolazioni a fuggire dal luogo del contagio.

Tutto questo si è sempre studiato in quella materia che chiamiamo Storia e che dovrebbe insegnare a comprendere la natura dei fenomeni umani e a verificare l’insorgere di analogie, a distanza di anni e, talvolta, di secoli. Il Novecento ha costituito, con il succedersi di drammi inediti di portata sempre più vasta, una sorta di spartiacque tra ciò che può essere considerato degno dell’uomo e ciò che deve essere rifiutato. Ma i pregiudizi sono duri a morire e, ogniqualvolta il singolo o i gruppi privilegiati si sentono  assediati da forze sconosciute che rischiano di limitare quegli stessi privilegi spesso  costruiti a danno di altri, allora la Storia non è più magistra vitae, ma serbatoio di parole, fatti, idee che si pensavano seppelliti per sempre.

CASO     “Mal d’Africa”

Riad  è un giovane uomo di trent’anni, originario del Niger, la cui popolazione è tra le più povere della terra (solo il 3% ha accesso all’energia elettrica); oltre alle condizioni di estrema indigenza, molti individui sono stati oggetto di persecuzioni sistematiche per motivi politici. Anche Riad ha subito torture e maltrattamenti nel suo paese circa dieci anni fa, motivo per cui è partito, ha attraversato l’Africa e si è diretto in Libia affidandosi ai campi di raccolta, in attesa di essere inviato verso i porti del Mediterraneo. È uno dei tanti passeggeri di una delle navi delle ONG, che raccolgono i profughi al largo delle coste libiche e attendono il via libera della guardia costiera per attraccare ai porti. Su queste navi sono operativi medici italiani che visitano sistematicamente una parte dei passeggeri, per constatarne le condizioni di salute e la eventuale presenza di segni di tortura e lesioni. Nei dodici mesi del 2017 hanno visitato circa diecimila persone soccorse al largo; i medici chiedono l’anonimato perché dalla loro diagnosi nessuno possa risalire all’identità dei pazienti.

Riad riferisce di aver subito nel suo paese ferite con lama a livello del viso e percosse con corpo contundente sul cranio, che gli hanno lasciato pesanti cicatrici, ma anche di essere stato sottoposto a maltrattamenti durante l’imprigionamento nel campo di raccolta libico: una caduta da altezza gli ha procurato microfratture non diagnosticate, che hanno comportato un trauma agli arti inferiori con conseguente difficoltà di deambulazione e dolore cronico alla regione lombare. Il suo non è un caso isolato, ma una delle punte di un iceberg che nasconde aggressioni, violenze di ogni tipo per estorcere altro denaro a chi ha il torto di chiedere asilo e protezione da condizioni di vita intollerabili. Tuttavia il certificato di vittime di tortura ha potuto essere compilato solo per chi ha avuto il coraggio di spiegare  l’origine delle ferite e delle lesioni presenti sul corpo; in generale comunque i profughi visitati sono stati soltanto il 30% del totale dei passeggeri delle navi, sia per i tempi stretti della navigazione, sia per le condizioni in cui è possibile effettuare le visite a bordo.

La denuncia di Riad comunque non lo garantisce dal respingimento, una volta che la nave della ONG sia approdata ad un porto; così come l’aver depositato, da parte dei medici, il certificato di vittima delle torture presso gli Uffici di sanità marittima non garantisce l’espletamento delle pratiche necessarie a far partire la procedura di accoglienza.

La natura problematica di questo caso permette di enucleare diversi dilemmi etici:

– Solidarietà e anonimato sono compatibili?

– Se esiste un protocollo internazionale per l’accertamento delle torture, perché soltanto chi ha la forza di denunciare la sua condizione può usufruire di tale documento per avanzare la domanda di protezione umanitaria?

– Perché chi è vittima fa così fatica a considerarsi tale, tanto da voler nascondere la sua identità, quasi ritenesse di avere una responsabilità personale nelle violenze perpetrate a suo danno?

– La solidarietà può essere agita sia dai singoli sia dai gruppi, che fanno leva sul loro senso di umanità; la cooperazione invece necessita di accordi e di protocolli fra stati e organismi internazionali: perché questi due concetti, che dovrebbero sostenersi a vicenda, sembrano entrare in conflitto, nonostante tutti i pronunciamenti emanati a livello mondiale dopo la seconda guerra mondiale?

Nell’analisi del caso specifico è necessario soffermarsi su alcune questioni:

  • Uno dei principi base della bioetica è il principio di giustizia: nel caso esaminato questo principio è stato rispettato o disatteso? In quali forme si è manifestato?
  • Altro principio base è quello della beneficenza, che significa che deve essere attivamente ricercato il bene del soggetto; in questo caso e nelle analogie che esso prospetta tale principio è stato rispettato?
  • Il principio della non maleficenza in questo caso consiste nel salvaguardare l’anonimato del soggetto non consenziente alla denuncia?
  • Concentrare gli sforzi sulla necessità di espletare le pratiche di anamnesi e diagnosi nel più breve tempo possibile garantisce che la solidarietà si esplichi in modo uniforme?
  • Quando gli individui, come nel caso dei migranti, siano sottoposti a vessazioni o comunque a situazioni di emergenza, dove prevale lo stato di necessità, come si può esplicare il principio di autonomia del singolo?

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