Medici e eutanasia: un rapporto problematico

– di Massimo Sartori –

I medici sono professionisti che si occupano della salute, prevenendo, diagnosticando e curando le malattie. L’eutanasia volontaria (in seguito, eutanasia) è l’atto con cui si pone termine alla vita di una persona, che ne ha fatta esplicita richiesta, per liberarla dalla sofferenza.

Molti eticisti ritengono che, in determinate circostanze, l’aiuto da parte di terzi alla morte volontaria possa essere un atto moralmente giusto. Ne ho evidenziato le ragioni in un precedente post.

Tuttavia, la maggioranza dei medici e delle organizzazioni che li rappresentano (a livello mondiale e segnatamente italiano) si oppongono a un loro coinvolgimento diretto nell’eutanasia.

In questo articolo esaminerò quattro argomenti che rendono effettivamente problematico il ruolo dei medici come attori dell’eutanasia dei loro pazienti. I primi due motivi possono spiegare perché  gli stessi medici non vogliano aiutare i propri pazienti a morire, il terzo esamina alcune possibili conseguenze della loro partecipazione diretta all’eutanasia, l’ultimo fa riferimento al rapporto medico-paziente e al principio del rispetto per l’autonomia.

Il tradizionale rifiuto dei medici

Il primo motivo per cui i medici non vogliono praticare l’eutanasia è legato alla loro identità professionale e ha carattere storico. I documenti disponibili attestano che da circa duemilacinquecento anni i medici si sono opposti alle richieste dei pazienti di essere aiutati a morire. Infatti, con le dovute eccezioni prontamente stigmatizzate dalle scuole e dalle associazioni mediche, l’aiuto alla morte volontaria – anche nelle realtà geografiche e storiche in cui esso ha avuto accettazione sociale – è stato prestato da persone che non erano medici, sia perché l’intervento dei sanitari non era di solito richiesto, sia perché – ove richiesto – esso veniva perlopiù rifiutato[i].

Come mi è stato fatto notare[ii], il fatto incontrovertibile che i medici abbiano sempre avuto, nel corso della storia, un atteggiamento di rifiuto nei confronti del proprio aiuto alla morte volontaria dei loro pazienti rappresenta un argomento debole per concludere che oggi i medici non debbano agire in un modo diverso. Tuttavia, esso sottolinea come l’attuale opposizione da parte di molti medici nei confronti dell’eutanasia non sia contingente, ma trovi fondamento in una prassi storicamente consolidata.

Un argomento logico

Il secondo argomento che può spiegare l’avversione dei medici a praticare l’eutanasia è di tipo logico ed è stato sviluppato in un precedente articolo su Bioetica – Rivista Interdisciplinare[iii]. In estrema sintesi, esso riguarda il fatto che i medici, aiutando un paziente a morire, pongono fine alla vita di un individuo che, soltanto finché rimane soggetto di relazione e oggetto di cura, in quanto tale li giustifica professionalmente. Essi, oltre ad avere un interesse professionale che chi fruisce dei loro servizi continui a vivere, hanno le capacità tecniche e sono attrezzati per perseguire l’obiettivo di mantenerlo in vita.

Diversi colleghi hanno sottolineato come questa motivazione sottintenda un cinismo che è estraneo alla cultura e alla prassi medica. Concordo con loro che è probabile che nessun singolo medico agisca in base a un’esplicita considerazione di questo tipo. Mi limito a proporre che questo argomento logico possa contribuire a spiegare la storica ostilità dei medici – intesi come categoria professionale –  nei confronti dell’aiuto alla morte volontaria dei propri pazienti.

Il pendio scivoloso … in salita

Il terzo argomento non riguarda l’opposizione dei medici a prestare aiuto a morire, ma le possibili conseguenze per i pazienti insite nell’affidare loro questo compito. Questo affidamento doterebbe i medici, come singoli e come categoria, di un potere più ampio sulla vita e sulla morte di quello che hanno avuto in passato e che già hanno attualmente. E’ l’argomento detto del “pendio scivoloso”, di solito inteso come il rischio che, a partire da un’indicazione condivisa per eseguire una determinata azione, si scivoli irrimediabilmente verso l’estensione illecita delle prescrizioni ad eseguire questa stessa azione. In parole più dirette, che dall’eutanasia volontaria si “scivoli” verso l’eutanasia involontaria.

Tuttavia, nel caso in cui si affidino ai soli medici sia il compito di certificare i requisiti richiesti  per essere aiutati a morire, che quello di attuare l’eutanasia, possiamo temere anche un altro rischio più concreto e immediato. Quello che il pendio scivoloso lo debba affrontare in salita il paziente che ha chiesto di poter morire, trovando ostacoli non superabili in una decisione medica senza appello.

Rapporto medico-paziente e principio di autonomia

L’ultima considerazione problematica riguarda il tipo di rapporto medico-paziente e il principio del rispetto per l’autonomia. Probabilmente, alcuni medici potrebbero considerare giusto praticare l’eutanasia, se questa azione venisse da loro intesa come un’estrema forma di cura da prestare, nell’ambito di un rapporto curante-curato empatico e ben consolidato.

MI chiedo però se questo tipo di rapporto, ad esempio fondato sull’etica della cura, sia oggi e sarà in futuro quello prevalente nella pratica clinica. Inoltre, mi interrogo su quale rilievo venga accordato al principio del rispetto per l’autonomia del paziente nelle scelte di fine vita, nell’ambito di questo modello. Infatti, l’autonomia di tipo “relazionale”, implicita  in questo vincolo fra medico e paziente, è in genere considerata una forma di autonomia debole[iv].

Arricchiamo il dibattito

Ho passato in rassegna quattro argomenti che possono mettere in discussione il ruolo diretto dei medici nell’aiuto alla morte volontaria dei propri pazienti e che potrebbero orientare i decisori verso approcci diversi, quale quello a suo tempo proposto da Prokopetz e Lehmann [v], che permettano di rispettare in modo autentico l’autodeterminazione dei pazienti nelle scelte di fine vita.

Spero che sia coloro che sono d’accordo con queste argomentazioni, sia coloro che dissentono possano contribuire ad arricchire il dibattito.


[i] Per una prima introduzione al tema del comportamento tenuto in passato dai medici riguardo l’aiuto alla morte volontaria dei pazienti, si vedano ad esempio: K.K. Young, A CrossCultural Historical Case Against Planned SelfWilled Death and Assisted Suicide, “McGill Law Journal”, 39 (1994). pp. 657-707 e I. Dowbiggin,  A concise history of Euthanasia. Life, Death, God and Medicine. Rowman & Littlefield Publishers Inc, Lanham (US) 2005. In italiano, e con attenzione particolare al Medio Evo in Occidente: M. Cavina, Andarsene al momento giusto. Culture dell’eutanasia nella storia europea, Ed. Il Mulino, Bologna 2015.

[ii] M. Mori, comunicazione privata.

[iii] M. Sartori, Per una critica di tre argomenti contro la partecipazione diretta dei medici all’aiuto alla morte volontaria. Bioetica. Rivista Interdisciplinare, XXIV (2018), 4, pp. 607-620.

[iv] Sul complesso tema della “autonomia relazionale” in ambito medico, vedi T.L. Beauchamp and J.F. Childress, Principles of Biomedical Ethics, (VIII edizione) Ed. Oxford University Press, New York 2019, in particolare nei capitoli 2-5-6-7.

[v] J.J.K. Prokopetz & L.S. Lehmann, Redefining Physicians’ Role in Assisted Dying, New England Journal of Medicine, 367 (2012), pp. 97-99.

Un pensiero riguardo “Medici e eutanasia: un rapporto problematico

  1. Secondo me il motivo principale per cui i medici dovrebbero astenersi dalle pratiche di eutanasia è che il rapporto fra medicina e dosi letali è di per se’ da evitare , sia che riguardi l’eutanasia o la pena di morte o qualsiasi altra problematica. Accompagnare il paziente al decesso con una sedazione palliativa è una cosa ed è anche un dovere Promettergli che morirà’ in pochi minuti è un’altra. A mio avviso è qualcosa di troppo pericoloso per potercelo permettere. Si tratta di un ulteriore potere da cui è meglio stare alla larga. È troppo facile cadere nell’abuso perché l’influenza che ha il medico nella decisione del paziente sarebbe eccessiva. Già lo influenziamo per decisioni che riguardano la vita, evitiamo di intrometterci per quanto riguarda la morte.

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