Scuola superiore di Bioetica. Novembre 2021

– di Massimo Sartori –

Francesca Minerva, ricercatrice di Filosofia Morale presso l’Università statale di Milano e bioeticista ha aperto con due relazioni la giornata di Novembre della Scuola superiore di bioetica (anticipata al 23 ottobre).

CRIONICA

Il primo intervento di Minerva è stato dedicato ai problemi etici sollevati dalla crionica. Essa è la tecnica che si prefigge di conservare a tempo indeterminato, grazie alle basse temperature, individui da poco deceduti. La speranza è che in futuro sia possibile ripristinare le loro funzioni vitali (incluse le funzioni cerebrali superiori) e curare le patologie che ne hanno causato la morte.

Va precisato che allo stato attuale la maggior parte degli scienziati considerano la crionica come una pseudoscienza. Saggiamente, la relatrice non si è addentrata negli aspetti biologici della crioconservazione, in particolare di quella dell’encefalo. Ne ha invece affrontato gli aspetti morali, partendo dalla premessa che le probabilità che la tecnica di crioconservazione possa consentire in futuro di resuscitare la persona oggi deceduta siano comunque maggiori di zero.

Le obiezioni morali contro la crionica sono numerose. Ad esempio, essa è considerata da alcuni uno spreco di risorse che andrebbero impiegate in modo più utile per chi è vivente. Altri ritengono che non ci sarà nessun interesse a riportare in vita fra qualche secolo gli attuali membri della specie umana. Altri ancora pensano che l’adattamento dell’eventuale resuscitato al nuovo contesto potrà essere per lui penalizzante. Francesca Minerva, autrice di un recente libro sull’argomento (The Ethics of Cryonics: Is it Immoral to be Immortal? Palgrave, 2018) ha esaminato e approfondito questi rilievi.

LOOKISMO

Il secondo tema della giornata trattato dalla relatrice ha riguardato la discriminazione basata sull’aspetto fisico. Qual è – si è domandata – la sua origine? Perché I belli sono considerati anche buoni (e viceversa)?

Passate in rassegna alcune possibili cause, Minerva ha concluso che il lookismo rappresenta il prodotto sia dell’evoluzione (cioè il risultato dell’azione della selezione naturale sulla variabilità genetica), sia di dinamiche socio-economiche. In ogni caso, esso è oggi un fenomeno moralmente significativo, perché ha un impatto negativo sul benessere delle persone brutte. Inoltre, dal momento che i pregiudizi sulle capacità delle persone si autorealizzano, il lookismo riduce la possibilità di realizzare il potenziale di chi è svantaggiato, a danno di tutti.

Su queste basi, dovremmo riconoscerlo e contrastarlo. Tuttavia, Minerva non si nasconde le difficoltà dell’impresa. Infatti, alcune delle possibili soluzioni (cambiamento dei canoni estetici, considerazione della bruttezza alla stregua di una disabilità cui offrire pari opportunità, compenso lavorativo/economico, offerta di trattamenti estetici gratuiti, eccetera) appaiono impraticabili oppure diretti a rinforzare lo status quo.

BODYBUILDING

Al problema della bellezza si è riallacciato anche Matteo Cresti, dottore di ricerca in filosofia morale. Il relatore, dopo un inquadramento dell’etica dello sport e delle questioni di genere nell’attività sportiva, ha approcciato la psicologia del bodybuilder.

La subcultura del bodybuilding, secondo Cresti, è racchiusa nel tentativo di trasformare il proprio corpo oltre i canoni. Per l’uomo, questo percorso rinforza gli stereotipi maschili (mostrare i muscoli e la forza fisica). Per la donna, esso stravolge gli stereotipi femminili, contro le attese sociali. I bodybuilder sono come asceti, che lavorano sul proprio corpo.

Nella parte finale del suo intervento, Cresti, sulla base della letteratura, ha tentato di accostare il bodybuilding alla dismorfia muscolare, patologia presente nel manuale diagnostico delle malattie mentali.

Nella discussione che è seguita, Maurizio Mori si è tuttavia interrogato sulle definizioni di normalità e di psicopatologia, chiedendosi in che misura quest’ultima dipenda dai valori consolidati in una istituzione.

COVID-19 IN SUDAMERICA

Nel pomeriggio Alberto Oliva, professore di filosofia della scienza a Rio de Janeiro e Karina Elmir, vicerettore dell’Istituto Universitario Italiano di Rosario hanno tenuto due relazioni sullo stato della pandemia in America latina.

Il Brasile è il secondo Paese più colpito al mondo da Covid-19 con il 12% dei decessi totali. Oliva ha descritto il “caso brasiliano”, giustificandolo (anche) con alcune considerazioni filosofiche. L’ha riferito, ad esempio, al rifiuto da parte di alcuni governanti dell’idea illuministica. Più in generale, ha proposto che in occasione della pandemia sia sia evidenziata una “scissione schizofrenica fra il monoteismo della razionalità e il politeismo dei valori”.

Elmir ha riassunto la casistica di Covid-19 in Argentina, stigmatizzando l’iniziale carenza di vaccini e la lunga durata del lockdown. Ad esempio, le scuole sono rimaste chiuse per 248 giorni consecutivi. Questo non ha soltanto peggiorato l’apprendimento, ma anche l’alimentazione dei bambini appartenenti alle classi più povere.

SPILLOVER

Al termine della giornata di studio, Maria Teresa Busca ha ripercorso l’evoluzione dei concetti di biodiversità e di nicchia ecologica, e, a partire da una recente intervista a David Quammen, le nozioni di zoonosi, spillover, reservoir. In un mondo profondamente interconnesso, tutti noi possiamo avere comportamenti e compiere atti, che conducono – in ultima analisi – ad aumentare la probabilità di spillover e, quindi, di nuovi outbreak o di nuove epidemie.

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