L’aborto: un problema etico e sociale rimosso anche dalla mia coscienza di cattolico

– di Patrizio Conte –

Ho da poco visto Unplanned un film tratto da una storia vera di una ragazza che aveva fatto due volte l’esperienza dolorosa dell’aborto divenuta una convinta abortista quando viene cooptata da una potente lobby americana che gestisce gli aborti. Dopo otto anni di lavoro nel quale è fortemente motivata nonostante la forte perplessità dei genitori e del secondo marito con il quale ha una splendida bambina che ha accettato anche se le poneva problemi per la carriera accade un imprevisto. Viene chiamata a cooperare ad un aborto per una emergenza. Rimane shoccata  e si dimette subito diventando poi un’attivista antiabortista. Questo film è stato vietato ai minori di 14 anni e fa fatica a trovare sale cinematografiche. Gli è preferito La scelta di Anne che non ho visto ma è ambientato negli anni sessanta in una società che non è certamente la nostra.

Faccio lo sforzo di non cedere all’impulso naturale di essere “fondamentalista” come forse mi spingerebbe il ricordo di quando mia madre mi raccontava che essendo io nato fuori dal matrimonio ai tempi di Anne del film francese ho rischiato di essere abortito.

Traggo, quindi, spunto da un agile ed equilibrato testo di Stefano Semplici Undici tesi di bioetica edito dalla Morcelliana per riassumerlo nei capitoli dove parla della dignità dell’embrione e dell’aborto.

Lo riassumo:

Con il concepimento inizia lo sviluppo embrionale che secondo le attuali conoscenze scientifiche, cui hanno contribuito anche le possibilità di svilupparlo al di fuori del corpo della donna, avviene con continuità, coordinazione e gradualità. Durante tale processo vi è inoltre una quota di aborti spontanei.

E’ innegabile che la perdita di un embrione o di un feto, per quanto possano causare dolore alla madre non sono paragonabili a quello causato da un figlio già nato e che l’embrione ed il feto fanno quasi parte del corpo materno. Sono fusi intimamente.

In rapporto a quello che viene definito lo Statuto dell’embrione e del feto tre posizioni:

  1. Antispecismo  per cui sia l’embrione che il feto non sono persona e l’unica attenzione è quella che il feto possa soffrire
  2. L’atteggiamento più diffuso è quello emergentista  per il quale la vita prenatale non è quella di una persona perché appunto non sono ancora emerse le qualità che attribuiamo ad essa. C’è comunque un atteggiamento di tutela basato sul principio di gradualità e continuità. L’articolo 4 della legge 194 indica con precisione le circostanze in cui una donna può chiedere l’aborto. Esse sono:un serio pericolo per la sua salute; particolari condizioni economiche, sociali o familiari; il modo in cui è avvenuto il concepimento; La previsione di anomalie o malformazioni del nascituro. Il concepito non è ancora uno di noi ma si avvicina progressivamente alla nostra dignità. Per questo abbiamo bisogno di ragioni eccezionalmente gravi per uccidere un feto al quinto o al sesto mese. Non si richiede uguale scrupolo per quel che è ancora solo un embrione o una vita in provetta.
  3. Per lo specismo è già un uomo chi lo diventerà come afferma Tertulliano. La congregazione per la dottrina della fede ha ribadito questa posizione con intransigente fermezza nel documento  Dignitas personae del 2008. Al contrario per l’Islam ci si riferisce ad un passo del Corano in cui c’è un criterio di progressività. Nei detti del profeta l’infusione dell’anima avverrebbe 120 giorni dopo la fecondazione. La posizione intransigente della Chiesa Cattolica è ancora più rafforzata nel caso di aborto per anomalie e disabilità del nascituro. Se si è uomini uguali anche se diversamente abili dopo la nascita e nessuno lo nega a meno di non compiere un grave atto discriminatorio- lo si sarà anche prima della nascita e accettare l’aborto in questa circostanza aggiunge violazione a violazione.

Semplici conclude, parafrasando Hume, che in pieno secolo dei Lumi ammetteva che potrebbero esistere creature razionali ma di forza tanto inferiore alla nostra da non poter opporci resistenza, le quali potrebbero ben sollecitare obblighi di cortesia verso di loro, ma resterebbero comunque incapaci di difendersi da «padroni cosi dispotici».

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