I robot assistenziali

– di Giampaolo Collecchia –

Un sistema robotico può essere definito come una intelligenza artificiale (IA) in grado di interagire nel mondo fisico, una IA embodied (incarnata), oppure come uno “smartphone con le mani”, per usare le parole di Giorgio Metta, vicedirettore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Il termine robot [1] possiede attualmente diversi significati ed è funzionale a molteplici applicazioni, in ambito medico, industriale, militare, o in operazioni di salvataggio. Un settore emergente è quello dei cosiddetti robot assistenziali, macchine in grado di svolgere mansioni relative all’assistenza, in ambito fisico o emozionale. Progettati per fornire aiuto e interazione sociale alle persone nella vita di tutti i giorni, nonché supporto cognitivo,formazione e sostegno agli operatori, gli automi possono aiutare a fare la spesa, accogliere nelle sale di attesa o fare i commessi nei grandi magazzini, aiutare a fare i compiti, sbrigare le faccende domestiche, diventare “amici” degli anziani[i].

I robot assistenziali possono essere suddivisi in tre categorie: robot con funzioni di monitoraggio; robot cosiddetti “assistivi”e robot con funzioni di compagnia e terapia[ii]. In questa sede descriviamo i robot appartenenti alla terza categoria, proposti per compagnia e svolgimento di attività fisiche, sociali e di svago, per realizzare una forma artificiale di pet therapy.

Tra gli esempi di robot progettati per assistere le persone anziane troviamo Paro, (comPAnion Robot), progettato in Giappone, con l’aspetto di un cucciolo di foca, in grado di interagire autonomamente con le persone, ha una vasta gamma di comportamenti, ad esempio può muovere le pinne, alzare la testa e battere le palpebre, in modo da risultare espressivo. Riconosce il proprio nome ma può imparane uno nuovo, per potere essere “ribattezzato” dai propri utenti. Capisce circa 500 parole in inglese, ancora di più in giapponese. Ha sensori sottocutanei che gli permettono di percepire se e come viene toccato, se dolcemente o in modo aggressivo. E’ rivestito di soffice pelo bianco che gli conferisce un aspetto da peluche che induce le persone a volerlo toccare o prendere in braccio. Non deve essere educato alla pulizia né alimentato. Basta ricaricarlo collegandolo alla rete elettrica mediante una presa a forma di succhietto che va introdotta nella sua bocca.

L’impatto nei confronti delle persone assistite e delle loro famiglie

Diversi studi avrebbero evidenziato un effetto positivo dei robot sociali sulla salute mentale e fisica degli anziani. In particolare migliorerebbero la capacità di gestire lo stress e agirebbero positivamente anche sul tono dell’umore[iii].Gli studi effettuati in questo ambito sono peraltro di bassa qualità, osservazionali, su piccoli numeri, senza gruppo di controllo. Sono in genere descritti cambiamenti positivi a breve termine, soprattutto peraltro con la pet therapy con animali “veri”, senza la possibilità di evidenziare quale componente dell’intervento ne è la causa, ad esempio l’aumento delle relazioni sociali o l’apporto della novità. Sicuramente è presente un importante effetto placebo. Gli studi di efficacia sono peraltro difficili da realizzare, basti pensare all’utilizzo doppio cieco. Le case farmaceutiche inoltre non sono di certo interessate. Probabilmente sono necessari approcci innovativi, ad esempio studi qualitativi con metodologia rigorosa associati a studi quantitativi che possano sintetizzare i risultati di molteplici lavori[iv].

Gli incessanti sviluppi tecnologici non hanno condotto ad una produzione su scala industriale, ma il mercato dei robot di servizio è comunque in costante espansione e si prevede una crescita significativa nei prossimi anni. In Italia manca in particolare il supporto politico e l’investimento industriale perché i prototipi realizzati artigianalmente possano diventare un prodotto di massa[v].

Homo roboticus e sapiens sapiens

La statunitense Sherry Turkle, sociologa, psicologa ed esperta di tecnologie, definisce la nostra epoca momento robotico, non perché i robot da compagnia siano diffusi nella nostra realtà, ma in riferimento allo stato di disponibilità emotiva di molte persone, favorevoli a considerare seriamente i robot addirittura come amici, confidenti e perfino partner affettivi[vi].

I robot sociali,progettati per soddisfare i bisogni, intrinseci negli esseri umani, di legami “affettivi”, non percepiscono ciò che percepiscono gli umani, non possono “sentire” nulla, non possono provare la sensazione di interazione sociale. Non è quindi possibile un’empatia robotica. Peraltro, secondo alcuni filosofi come Luisa Damiano e Paul Dumouchel, per una relazione affettiva non sarebbero indispensabili stati interni, che i robot non hanno e non possono avere, ma è necessario soltanto che l’agente artificiale sia in grado di modificare il proprio comportamento in funzione delle espressioni emozionali dei partner sociali, ciò che i suddetti autori chiamano “empatia artificiale” [vii].

E’comunque accettabile che persone fragili e vulnerabili si affezionino ad agenti robotici che sostanzialmente fingono di avere emozioni, ma non ne hanno ? Secondo Sherry Turkle, il robot ha un notevole potenziale terapeutico, in quanto consente di curare le persone consentendo loro di offrire, pur ad un automa anaffettivo, il conforto di cui loro stessi hanno in realtà bisogno1. La sola rappresentazione del legame affettivo sarebbe un legame sufficiente, peraltro nei confronti di un comportamento, non certo di un sentimento.  

Secondo altri esperti, rifacendosi alla base “materiale” del pensiero, sarebbe possibile che i robot esprimessero vere emozioni. La tristezza potrebbe ad esempio essere ottenuta impostando un codice specifico. Questa sarebbe affine a quello degli umani, essendo anch’essa in fondo un numero, un numero delle quantità di sostanze neurochimiche presenti nel cervello. Perché i numeri di una macchina dovrebbero essere meno autentici di quelli di un essere umano[viii]?  Le emozioni dei robot non sarebbero fatte della stessa biochimica degli esseri umani ? La mente non è fatta di materia ? Dovremmo perciò accettare/concettualizzare una nuova categoria di emozioni, diverse da quelle umane anche se probabilmente genuine e autentiche ?[ix]. Una domanda inquietante, anche perché una eccessiva condivisione di sentimenti con i robot ci può ad esempio abituare ad una gamma ridotta di emozioni, col rischio di abbassare le aspettative nei confronti delle relazioni con le persone reali.

E’peraltro vero che gli esseri umani deludono, i robot no. Questi non abbandonano, mentre gli amici e gli stessi familiari spesso non capiscono (o fingono di non capire) i bisogni degli anziani, più o meno implicitamente spesso considerati un peso. Secondo alcuni, un robot sociale come compagno-assistente sarebbe meglio di nessun accudimento, e comunque meglio di personale in alcuni casi distratto, svogliato, in un’atmosfera di glaciale indifferenza. Sicuramente un robot non è in grado di capire se un anziano è preoccupato o triste o se vuole morire: ma quanti addetti ai lavori sono veramente in grado di farlo ? Se l’assistenza viene ulteriormente standardizzata, ridotta ad un copione predefinito, eseguita meccanicamente, è forse più facile accettare un ausiliario homo robot anziché un sapiens sapiens… ..

Sicuramente non è accettabile l’aut-aut di una scelta che preveda solo due alternative: o i robot da compagnia o la condanna alla solitudine. Ci possono essere soluzioni intermedie, aiutanti robotici in grado di svolgere i lavori più umili e ripetitivi, ad esempio macchine in grado di girare nel letto pazienti indeboliti o paralizzati, in modo da poterli lavare. In questo caso il robot non svolgerebbe un’autonoma attività assistenziale ma  sarebbe un’estensione degli esseri umani, che potrebbero così avere più tempo per occuparsi degli aspetti più personali ed emotivi. Peraltro le relazioni si basano sul tempo investito, anche svolgendo le attività più banali, che confermano la nostra capacità di amare e prenderci cura degli altri. Ad esempio, il momento dei pasti può rappresentare un evento importante a livello sociale ed emotivo.

Riflessioni e conclusioni

Il dibattito sulla robotica assistenziale (e in generale sociale) è estremamente attuale, le tecnologie di processo e di prodotto sono in rapido sviluppo e gli scenari futuri dell’assistenza robotica trovano ampio spazio anche nei mezzi di comunicazione di massa. I robot assistenziali, sempre più sofisticati e sviluppati rispetto a quelli attualmente a disposizione, possono potenziare l’autonomia delle persone. Tuttavia, è difficile accettare la concezione dei robot come personale di assistenza, dal momento che questa è basata soprattutto su relazioni a livello personale, sociale e affettivo e suoi aspetti fondamentali sono il linguaggio non verbale, la premura, l’attenzione, la vicinanza, la comprensione. Caratteristiche umane, semplicemente ma esclusivamente umane, le uniche che permettono di costruire vere comunità di cura. Da questo punto di vista, un robot che fornisce assistenza appare qualcosa di inumano, ingannevole e inappropriato: l’automa non prova nulla di quello che proviamo noi. Come affermato da Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: “gli manca la biochimica della vita e quindi la parte irrazionale, irriproducibile, capace di slanci altruistici o di aggressività che, invece, caratterizza l’uomo[x].

E’ dunque tempo che i professionisti della salute partecipino alle riflessioni etiche relative alle condizioni di utilizzo dei robot assistenziali, alle domande di responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri, ai principi fondanti in quanto esseri umani.  Dobbiamo chiederci se sia giusto accettare di assegnare agli anziani compagni artificiali, utilizzati come rimedi nei confronti dell’isolamento dell’età avanzata e talvolta anche dei nostri sensi di colpa. Dobbiamo riflettere se veramente le persone avanti con gli anni, che la società ormai tende a considerare non persone o comunque soggetti i cui diritti/bisogni non sono (riescono ad essere) riconosciuti come tali, non necessitano/meritano di essere assistite da persone vere. Se la compagnia/assistenza dei propri simili finirà per essere concessa solo ai benestanti e a chi non ha problemi fisici e mentali.

I robot ci invitano a riflettere su come vogliamo essere, che tipo di persone vogliamo diventare, dal momento che ci stiamo lanciando in rapporti sempre più intimi con le macchine e sempre meno nei confronti dei diritti e del rispetto delle persone vere. Forse è sbagliato rimanere fissati a categorie interpretative e codici etici predefiniti, ancorati al passato ma (proprio per questo) costitutivi dell’identità umana. Dovremmo invece adeguarci alla evoluzione artificiale delle inedite questioni etiche emergenti dalle nascenti ecologie sociali miste uomo-robot? Dovremmo accettare la possibilità di emozioni sintetiche, rappresentazioni delle nostre, provenienti da oggetti da noi realizzati, accettare/arrendersi  quindi ad una inquietante etica “sintetica”[xi]?


[1]Introdotta per la prima volta in un dramma teatrale del 1920, R.U.R. (Robot Universali di Rossum), dell’autore ceco Karel Capek, la parola deriva dall’antico slavo robota che indica il lavoro di fatica che i contadini dovevano prestare ai proprietari terrieri. Per questa origine linguistica il termine deve essere  pronunciato ròbot e non robò alla francese (da Henin S. AI – Intelligenza artificiale tra incubo e sogno, Hoepli, Milano 2019).


[i] Larizza A. Robot progettati per essere sociali. https://nova.ilsole24ore.com/frontiere/robot-progettati-per-essere-sociali/?refresh_ce=1

[ii] Van Aerschot L, Parviainen J. Saranno I robot a prendersi cura di noi ? https://www.ingenere.it/articoli/saranno-robot-prendersi-cura-di-noi

[iii] http://www.parorobots.com/whitepapers.asp

[iv] Burton A. Dolphins, dogs, and robot seals for the treatment of neurological disease. Lancet 2013; 12: 851-52

[v] Caldelli V. Lisa e Diago, robot domestici https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/23646-lisa-e-diago-robot-domestici

[vi] Turkle S. Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Codice Edizioni, Torino, 2012

[vii] Dumouchel P, Damiano L. Vivere con I robot. Saggio sull’empatia artificiale. RaffaelloCortinaEditore, Milano, 2019

[viii] Brooks R, citato in MIT: creating a robot so alive you feel bad about switching it off – a Galaxy Classic. The Daily Galaxy, 24 dicembre 2009

[ix] Brezeal C, Brooks R. Robot emotion: a functional perspective, in Jean-Marc Fellous e Michael Arbib (a cura di), Who needs emotions: the brain meets the robot, MIT press, Cambridge 2005

[x] Cingolani R. L’altra specie. Il Mulino, Bologna, 2019

[xi] Brooks R, citato in MIT: creating a robot so alive you feel bad about switching it off – a Galaxy Classic. The Daily Galaxy, 24 dicembre 2009

Un pensiero riguardo “I robot assistenziali

  1. Molto buono il testo di G.Collecchia, con le sue “idee chiare e distinte”.
    Soprattutto mi piace che concluda, come anch’io avrei fatto, non con una risposta capace di risolvere tutti i dubbi, ma con diverse domande.
    Una domanda di fondo é: “Qual è il tipo di vita e di mondo che mi auguro?”. Se parliamo di sviluppi tecnologici, questi ci stanno portando in una direzione desiderata/desiderabile o ci allontanano da lei?
    Invece che investire soldi ed intelligenza nello sviluppo di robot assistenziali, non sarebbe meglio aumentare gli stipendi, le condizioni di lavoro ed il riconoscimento sociale del personale che pratica l’assistenza? In un mondo con miliardi di persone che condividono valori simili ai nostri, davvero vogliamo delegare azioni come la cura del corpo ed il contatto umano ad una macchina, non importa quanto perfettamente disegnata?
    É sintomatico che la ricerca di punta in queste tecnologie venga proprio dal Giappone, paese con una scienza informatica di alto livello ed una grande percentuale di anziani, un razzismo di base verso chi svolge lavori “umili” (come l’assistenza) ed una politica di immigrazione da sempre molto restrittiva. Se manca chi svolge certi lavori, la scelta di un robot sembra obbligata. Ma perché mancano queste persone? La struttura della famiglia? Il mercato del lavoro? Il potenziale dato dall’emigrazione? Aprendo le frontiere, se potessero entrare in Giappone (e si pagassero) i potenziali lavoratori migranti dai paesi confinanti, non ci sarebbe bisogno di robot per i prossimi 100 anni e forse piú.
    Ma questa sarebbe una soluzione politica, non tecnologica, con la quale é molto difficile produrre profitto.

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