Aborto: posizioni alternative

– di Fabio Diegoli –

Come è noto, il dibattito tradizionale sull’aborto verte fondamentalmente sui problemi riguardanti lo statuto dell’embrione e il conflitto tra i diritti della donna e quelli del feto. Tuttavia, nel corso del tempo vari autori hanno tentato approcci differenti alla questione dell’aborto, evidenziando alcuni elementi che nel dibattito tradizionale vengono parzialmente o completamente trascurati. In questo articolo vorrei citarne alcuni.

L’etica della cura

Il femminismo, nella sua pluralità di visioni, ha fornito importanti contributi al dibattito sull’aborto. Uno di questi è legato all’etica della cura, una teoria etica secondo cui non è possibile analizzare i dilemmi morali prescindendo dall’inevitabile condizione di vulnerabilità e relazionalità che caratterizza ogni essere umano [i]. Partendo da questa premessa, viene sottolineato come, nel caso dell’aborto, sia impossibile parlare del feto astrattamente e indipendentemente dalla relazione con la donna. Al contrario, proprio in virtù di questa relazione profondamente carnale e del suo essere quasi completamente rivolta verso la donna, in quanto il feto non può rispondere in maniera significativa ad essa, questa è l’unico soggetto che può deciderne il valore ed il destino. La donna, confrontandosi con la propria condizione sociale e i propri sentimenti riguardo alla gravidanza, assume su di sé la responsabilità di decidere se proseguire o meno quella relazione, anche eventualmente sacrificandola proprio per preservare altre relazioni, come quella con i suoi cari o anche con sé stessa, che ritiene significative per la sua vita. Questa posizione è chiaramente favorevole all’aborto e alla sua completa depenalizzazione.

Tuttavia, l’etica della cura è stata usata da una minoranza di femministe anche per negare la legittimità morale e giuridica all’aborto. Da queste autrici [ii] l’aborto non è visto come un atto di responsabilità, ma al contrario come una risposta aggressiva e violenta, e quindi tipicamente maschile, alla relazione con un individuo che vive per sua natura in una condizione di estrema vulnerabilità e dipendenza. Il fatto che la relazione non sia stata desiderata oppure che sia quasi completamente unidirezionale non sono elementi che ne eliminano l’importanza, in quanto essi sono un’autentica ed ineliminabile componente di ogni vita umana che, come abbiamo detto, è caratterizzata da una forte interdipendenza con gli altri esseri viventi. Un’etica autenticamente focalizzata sul valore delle relazioni e della cura non può fare altro che rifiutare l’aborto come possibile soluzione, concentrandosi invece sull’eliminazione di quelle cause sociali o psicologiche che impediscono la coltivazione di questa relazione e la sua fioritura.

Etica della virtù

Secondo l’etica della virtù lo scopo dell’etica non è quello di giudicare la moralità di un’azione specifica, ma quello di stabilire quale sia il modo migliore di vivere, di quali disposizioni costituiscano un carattere virtuoso e permettano di vivere una vita che possa essere definita “buona”. Rosalind Hursthouse [iii] ha applicato questa teoria etica alla questione dell’aborto. In sostanza, quello che l’autrice si chiede è: può l’aborto essere la manifestazione di un carattere virtuoso o di una vita buona? Secondo la Hursthouse la risposta da dare è generalmente negativa, in quanto una donna, abortendo, fallisce nel riconoscere il profondo (e positivo) significato della generazione, dando invece priorità ad aspetti della vita che in fondo non la meritano. L’atto di abortire può essere considerato un segnale che la donna o non sia a conoscenza dei fatti che riguardano la gravidanza e la vita che cresce dentro di lei oppure, se ne è a conoscenza, che mostri uno scarso apprezzamento del processo generativo. Ciononostante, possono esservi dei casi in cui l’aborto è moralmente lecito, in quanto le motivazioni che lo giustificano non manifestano questo atteggiamento poco virtuoso, come ad esempio accade nel caso di una donna che deve svolgere un lavoro che richiede un importante impegno fisico o di una madre che ha già dei figli da accudire. La Hursthouse, tuttavia, sostiene che sebbene in questi casi la scelta di abortire non possa essere considerata poco virtuosa, il percorso con cui la donna è arrivata ad una gravidanza indesiderata potrebbe comunque manifestare un carattere vizioso.

Antinatalismo

Non è detto però che la generazione sia un aspetto positivo della vita. Secondo gli antinatalisti, mettere al mondo nuovi esseri senzienti non è altro che un’azione profondamente immorale. Questo perché ogni soggetto che viene messo al mondo è destinato a subire atroci sofferenze, come le malattie o le calamità naturali, senza aver dato un qualche tipo di consenso. Un genitore che è disposto a sottoporre i propri figli a simili sofferenze sta pertanto agendo egoisticamente, pensando più ai propri desideri che al benessere di chi mette al mondo. È vero che non venendo al mondo questi individui verrebbero privati anche di alcune gioie e piaceri, ma la privazione delle gioie e dei piaceri viene considerata moralmente neutra, al contrario dell’esposizione alle sofferenze che è invece negativa.

Pertanto, secondo gli antinatalisti, l’aborto, almeno fino a che il feto diventa un essere senziente, è sempre moralmente lecito, se non addirittura obbligatorio. David Benatar [iv] definisce questa posizione, pro-death (pro-morte). Tuttavia, va forse menzionata l’originale posizione di Julio Cabrera [v], il quale, pur essendo antinatalista, ha una posizione critica verso l’aborto, in quanto con l’aborto viene terminata la vita di un individuo che già esiste e che un giorno acquisirà la capacità di prendere decisioni autonome. Imporre la morte è tanto sbagliato quanto imporre la vita, dal momento che in entrambi i casi non è presente il consenso del diretto interessato.

Gli antinatalisti, tuttavia, separano nettamente morale e legge; pertanto, non pensano che la procreazione vada proibita e che vada legalizzato l’aborto forzato, se non altro perché questo potrebbe aumentare le sofferenze e violerebbe l’importanza fondamentale del consenso. Possiamo considerare l’antinatalismo come una sorta di utilitarismo negativo dell’atto, secondo cui bisogna diminuire il più possibile le sofferenze, pur non essendo necessario aumentare il benessere complessivo, ed è necessario astenersi dal compiere azioni che generalmente causano un aumento delle sofferenze, come la procreazione.

Evictionism e Departurism

I libertari, facendo leva sul non essere persona del feto e sul principio del permesso, sono conosciuti per essere tra i più favorevoli all’aborto in ambito bioetico.

Tuttavia, può essere interessante chiedersi quale potrebbe essere la posizione libertaria se il feto fosse considerato una persona e quindi sottoposto al principio di non aggressione. Secondo Walter Block e Roy Whitehead [vi] in una prospettiva libertaria il feto andrebbe considerato come una persona che sta invadendo una proprietà altrui, ovvero l’utero della donna. La donna, quindi, avrebbe il diritto di cacciare il feto dalla sua proprietà ma solo a due condizioni: dovrebbe farlo nella maniera più gentile possibile ovvero, a loro avviso, con metodi estrattivi, e dovrebbe dichiarare pubblicamente il rifiuto alla custodia del feto, in modo che qualcun altro al suo posto possa accudirlo nel caso sopravvisse all’estrazione. Questa posizione prende il nome di evictionism, ovvero sfrattamento.

Secondo Block e Whitehead l’evictionism rappresenta un ragionevole compromesso tra i due estremi: da un lato permette alla donna di abortire in qualsiasi momento, anche se solo con metodi puramente estrattivi (anche se, va detto, è discutibile che esistano metodi puramente estrattivi nel primo trimestre), dall’altra, considerando il feto una persona, permetterebbe di salvare tutti quei feti in grado di sopravvivere autonomamente, un numero destinato ad aumentare nel tempo grazie ai progressi della scienza.

Uno dei punti problematici dell’evictionism è la definizione di cosa si intenda per “maniera più gentile possibile”. A questo proposito, Sean Parr [vii] ha sostenuto una posizione differente, che prende il nome di departurism, secondo cui la maniera più gentile per “sfrattare” il feto sarebbe quella di attendere che possa vivere autonomamente. Pertanto, l’estrazione del feto andrebbe consentita solamente dopo che il feto ha raggiunto una maturità sufficiente.

Impairment argument

Un ultimo argomento interessante a cui vorrei accennare è offerto da Perry Hendricks [viii], secondo cui l’aborto andrebbe considerato immorale anche se il feto non fosse una persona.

L’Impairment Argument si basa sull’Impairment Principle, che può essere tradotto così: se è immorale danneggiare (impair) un organismo O al grado n, allora, ceteris paribus, è immorale danneggiarlo al grado n+1 [ix].

A suo avviso, questo principio è autoevidente. Inoltre, secondo l’autore, dire che un’azione danneggia un organismo O significa dire che quell’azione limita (o implica la limitazione di) una sua abilità a qualsiasi grado [x].

Hendricks prende ad esempio la sindrome feto-alcolica. Se è sbagliato causare in un feto la sindrome feto-alcolica, allora è sbagliato ucciderlo tramite l’aborto, in quanto quest’ultimo limita una maggiore quantità di abilità.

Nel suo paper l’autore risponde anche ad alcune critiche. La critica forse più spontanea che può venire in mente è che il danno al feto diventa rilevante solo quando quest’ultimo sarà in grado di avere esperienza della sofferenza. Al contrario, l’aborto, ponendo fine alla sua vita, non permette al feto di provarla. L’autore sostiene però che causare la sindrome feto-alcolica nel feto sia sbagliato nel momento in cui lo si fa e non in un momento futuro. Per farlo riporta il caso di una donna che all’ottava settimana di gravidanza si mette a bere esageratamente. Tuttavia, ad un certo punto è vittima di un incidente in cui il feto perde la vita. Secondo Hendricks, sarebbe assurdo dire che la donna sia stata fortunata poiché, dato che il feto è morto, non ha commesso un’azione immorale.

Un aspetto curioso di questo autore è che sembra rattristato dal fatto che coloro che si dichiarano “prolife” abbiano ragione in quanto, a suo avviso, il mondo conterrebbe meno ingiustizie se la posizione prolife fosse falsa e se quindi l’aborto fosse moralmente accettabile.

Tra queste posizioni alternative ne andrebbero forse citate anche altre due, che però hanno già ricevuto un’ampia attenzione nel dibattito sull’aborto. Mi riferisco alla tesi del “futuro come il nostro” di Don Marquis e alla regola aurea di Richard Hare.



[i] N. Noddings, Caring: A relational approach to ethics and moral education, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California, 1986.

[ii] C. Wolfe-Devine, Abortion and the ‘Feminine Voice’, Public Affairs Quarterly, 1989, 3(3): 81-97.

[iii] R. Hursthouse, Virtue theory and abortion, Philosophy & Public Affairs, 1991, 20(3):223-246

[iv] D. Benatar, Better never to have been: The harm of coming into existence, Oxford University Press, Oxford, New York, 2006

[v] J. Cabrera, Discomfort and moral impediment: The human situation, radical bioethics and procreation, Cambridge Scholar Publishing, Cambridge, 2019 (testo originale pubblicato nel 2016)

[vi] W. Block & R. Whitehead, Compromising the uncompromisable: A private property rights approach to resolving the abortion controversy, Appalachian Journal of Law, 2005, 4(2): 1-45.

[vii] S. Parr, Departurism: Gentleness and practical consistency in trespasses inside and outside the womb, The Christian Libertarian Review, 2020, 3: 59–102.


[viii] P. Hendricks, Even if the fetus is not a person, abortion is immoral: The impairment argument, Bioethics, 2019, 33(2): 245-253. https://doi.org/10.1111/bioe.12533

[ix] Ibidem, p.4.

[x] Ibidem.

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