Perché sarebbe meglio non essere mai nati? Sull’antinatalismo di David Benatar

– di Sarah Dierna –

Una breve premessa

Meglio non essere mai nati[1] è il titolo che David Benatar – filosofo analitico e morale contemporaneo – ha scelto per un libro che ha lo scopo – a mio avviso ben riuscito – di comprendere e percorrere un sentiero filosofico impervio come quello antinatalista. Impervio per tante ragioni. La prima, forse la più ovvia, perché in gioco ci sono le grandi domande esistenziali; la seconda, anch’essa evidente, perché a discutere sulla possibilità di non venire al mondo è sempre chi è già a questo mondo; la terza, infine, perché l’antinatalismo non riguarda solo chi non c’è ancora, ma anche chi non c’è più, e chi c’è e basta, vale a dire, noi stessi.

Una definizione

A cosa ci riferiamo quando parliamo di Antinatalismo? Chiamiamo ‘antinatalista’ colui che percepisce l’esistenza nella sua natura costitutivamente difficile e dolorosa, che intuisce come tale condizione appartenga soltanto a chi – per l’appunto – è venuto al mondo, e che rifiuta quindi la natalità essendo quest’ultima la «condizione abilitante di ogni male»[2].

Se è vero che le definizioni hanno senz’altro il pregio di essere brevi e di costringere in questo modo chi le formula a sintetizzare in poche righe e nel modo più chiaro possibile un concetto più ampio è articolato, è vero anche però che esse comportano poi il rischio di restituire di tale concetto solo una lettura impoverita e dimidiata. Vorrei dunque spendere qualche parola in più sull’argomento.

Il primo aspetto sul quale credo bisogna insistere consiste nel fatto che rifiutare la natalità per questi pensatori rappresenta non l’assunto di partenza bensì quello di arrivo (è per questo che personalmente trovo solo parzialmente efficace una denotazione come quella di ‘antinatalismo’ per questo approccio). Non si tratta, infatti, di un principio a priori, posto il quale si andranno a cercare delle conferme empiriche nella realtà. Al contrario, è solo a partire da questo «mondo di sofferenza che abitiamo»[3] che è possibile pensare poi il non esserci stati come condizione preferibile in quanto ciò avrebbe implicato il non esperire quell’inquietudine quell’angoscia e quella fatica che ogni esistere quotidianamente affronta. Non è un caso che Benatar utilizzi il participio passato, non Meglio non nascere ma Meglio non essere mai nati, e cioè: sarebbe stato meglio non nascere, per noi è ormai tardi dal momento che ci siamo, ma possiamo ancora evitare questa sofferenza ai futuri nascituri, sofferenza che recheremo loro mettendoli al mondo. Per farla breve: non è l’antinatalismo in sé ciò su cui bisogna insistere, certo, poi sarà anche questo, ma non prima di avere compreso fino in fondo la difficile condizione umana che ogni “stare” richiede.

La difficile condizione umana

Assai complesso sarà costruire in modo coerente e non equivoco un’argomentazione sulla nostra esistenza. Assai complesso perché essa riguarda ciascuno di noi: quelli che in questo momento stanno leggendo queste righe, quelli del cui esserci non abbiamo idea, quelli di coloro il cui esistere si è già consumato, si consuma e deve ancora consumarsi. Assai complesso sarà insomma spiegare in cosa la vita ci ha deluso, addolorato, abbandonato, ciò che è certo però è che lo ha fatto. Tutti conosciamo la delusione, il dolore, l’abbandono. Tutti soffriamo:

Di fatto, le cose brutte capitano a tutti. Nessuna vita è priva di difficoltà. È facile pensare ai milioni di esseri umani che vivono una vita di miseria o a coloro che trascorrono la maggior parte della propria vita con qualche disabilità. Alcuni di noi sono abbastanza fortunati da sfuggire a questi destini, ma la maggior parte di costoro soffre comunque di cattiva salute in certi momenti della vita. Spesso le sofferenze sono terribili, anche se limitate agli ultimi giorni. Alcuni sono condannati dalla natura ad anni di fragilità. Tutti affrontiamo la morte[4].

Sono queste esperienze, secondo Benatar, a rendere così difficile la condizione umana e scarsa la qualità di ogni vita: «la qualità della vita umana è, contrariamente a quanto molte persone pensano, in realtà piuttosto terribile»[5]. Non solo. Peggio sarà sapere che non c’è nessun fine dietro tutto questo e che la morte – quando arriva – renderà tutto questo vano; lo esprime efficacemente Benatar:

Per esempio, ci potremmo ritrovare a girovagare in un vecchio cimitero. Sulle lapidi sono scolpiti alcuni dettagli delle persone defunte – le date di nascita e morte e magari dei riferimenti a coniugi, fratelli o figli e nipoti addolorati per la loro perdita. E quelli che si addoloravano ora sono morti loro stessi da molto tempo. Riflettiamo così sulla vita di quelle famiglie – le credenze e i valori, gli amori e le perdite, le speranze e le paure, gli sforzi e i fallimenti – e rimaniamo colpiti che nulla di tutto questo lasci una traccia. È stato tutto inutile[6].

Inutile soffrire. Inutile vivere. Si tratta di un’affermazione esigente e probabilmente non condivisa dalla maggior parte. Sono infatti molte le persone che considerano la propria esistenza di qualità, e forse anche di più quelle che per quanto ne colgano le difficoltà non si spingono tuttavia fino a preferire il non esserci all’esserci.

In generale, secondo Benatar la più parte di noi starebbe in verità sopravvalutando la qualità della propria vita considerandola migliore di come effettivamente appare – per fortuna, aggiungerei – pertanto la questione è più correttamente affrontata e affrontabile se la poniamo in termini di asimmetria.

È vero, i nostri giorni non sono solo tormentati da angosce e inquietudini, alternano anche momenti di gioia e di soddisfazione, di serenità e di affetto che li rendono positivi, dovremmo però riconoscere che «le gioie sono talmente incerte, lievi e transeunti da non poter essere seriamente messe a confronto con le sofferenze che invece sono certe, profonde, pervasive e costanti»[7]. Sofferenze che mentre coloro che esistono dovranno affrontare, perché «le sole azioni che [avrebbero potuto] garantirci di non soffrire […] sono azioni sulle quali non abbiamo alcun controllo, ossia le azioni che ci avrebbero permesso di non venire al mondo»[8], coloro che non esistono ancora possono evitare se i genitori sceglieranno di non metterli al mondo (prospettiva antinatalista).  

Insomma: non c’è piacere e non c’è dolore per chi non viene al mondo mentre ci sarà un grado sempre incerto e provvisorio di piacere e uno certo e costante di sofferenza per colui che invece viene al mondo. Diremo allora – con le parole dello stesso filosofo sudafricano – che nessuna vita è degna di cominciare, il che non equivale a inferire che nessuna vita è degna di continuare, mentre infatti

“Una vita degna di continuare”, come “Una vita indegna di continuare”, sono giudizi che si possono esprimere su una persona esistente. “Una vita degna di cominciare” come “una vita indegna di cominciare”, sono giudizi che si possono esprimere su un essere potenziale, ma non esistente[9].

Non bisogna confondere i due piani poiché così facendo il rischio sarebbe di scivolare in un nichilismo assoluto che non solo non porterà a esistenza le vite ancora ‘potenziali’, ma condurrà alla fine quelle ‘attuali’:

Il giudizio secondo cui una menomazione è talmente dolorosa da rendere la vita indegna di continuare ha solitamente una soglia molto più alta del giudizio secondo cui una menomazione è abbastanza dolorosa da rendere la vita indegna di cominciare. Vale a dire che se una vita non è degna di continuare, a fortiori non è degna di cominciare. Non ne consegue tuttavia che se una vita è degna di continuare sia degna di cominciare o che, se non è degna di cominciare, non sia degna di continuare[10].

Fuor di sillogismi, Benatar non invoca la ‘morte’ – alla quale, è ovvio, sono destinati solo coloro che esistono – come soluzione a questa difficile condizione umana, «abbiamo bisogno di una giustificazione più forte per porre fine a una vita che per non darle inizio»[11], ma l’individuazione di prospettive di senso che possano rendere la vita, nonostante tutto, sostenibile.

Si comprenderà, a questo punto, perché l’Antinatalismo non costituisca una rinuncia a priori alla possibilità di avere figli, bensì l’esito di un’argomentata riflessione e di una scelta altruistica: «laddove le persone si rifiutano di procreare per non infliggere il male di venire al mondo, le loro motivazioni sono altruistiche, non egoistiche»[12].

L’Antinatalismo potrà anche richiedere un certo impegno per essere accettato, ma non per essere compreso. Una filosofia – come lo stesso Benatar l’ha definita – impopolare: «le risposte pessimistiche alle grandi domande esistenziali [sono] impopolari» ma «sono impopolari perché sono difficili da accettare»[13]. Com’è difficile accettare la ‘morte volontaria’. Com’è difficile, in fin dei conti, accettare tutto ciò che a partire dalla vita rifiuta la vita.


[1] D. Benatar, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo (Better Never to Have Been: the Harm of Coming into Existence, Oxford University Press, Oxford 2006), trad. di A. Cristofori, Carbonio Editore, Milano 2018.

[2] L. Lo Sapio, La condizione umana. uno sguardo preliminare, in D. Benatar, La difficile condizione umana (The human predicament: a candid guide to life’s big questions, Oxford University Press, Oxford 2017), a cura di L. Lo Sapio, Giannini Editore, Napoli 2020, p. 9.

[3] Ivi, p. 24.

[4] Ivi, cit., p. 41.

[5] Ivi, p. 111.

[6] Ivi, p. 61.

[7] A.G. Biuso, Tempo e materia. Una metafisica, Olschki, Firenze 2020, p. 92.

[8] D. Benatar, La difficile condizione umana. Una guida disincantata alle maggiori domande esistenziali, cit., p. 240.

[9] D. Benatar, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo (Better Never to Have Been: the Harm of Coming into Existence, Oxford University Press, Oxford 2006), trad. di A. Cristofori, Carbonio Editore, Milano 2018, p. 33.

[10] Ivi, p. 34.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 19.

[13] Id., La difficile condizione umana, cit., p. 52.

5 pensieri riguardo “Perché sarebbe meglio non essere mai nati? Sull’antinatalismo di David Benatar

  1. Molto interessante l’articolo. D’altro canto, le questioni sollevate da David Benatar meritano la massima attenzione collocandosi al di qua della linea del Piave etico-filosofica in cui si dà per assunta la preferibilità dell’essere sul non-essere. Come mette in evidenza un altro importante pensatore antinatalista, Julio Cabrera, la maggior parte delle riflessioni sviluppate nell’ambito dell’etica applicata cerca di stabilire le condizioni per cui una vita è degna o meno di essere vissuta e quali posture morali adottare di fronte a specifiche forme della vita umana (lo stato vegetativo, lo stato clinico di pazienti affetti da patologie irreversibili, etc.), e non se l’essere sia preferibile al non essere. Benatar ci costringe a tematizzare problemi che, di primo acchito, non considereremmo tali (ad esempio, se la nostra estinzione sia un bene o un male). Detto ciò, mi permetto di rilevare due punti che necessiterebbero di ulteriori approfondimenti. Il primo è che Benatar attraverso il suo argomento dell’asimmetria, argomento che il filosofo sudafricano afferma essere distinto e distinguibile dall’argomento della qualità della vita, intende fornire un argomento conclusivo a sostegno della tesi che l’essere non è mai preferibile al non-essere. Tale argomento avrebbe validità a-priori. In altri termini, esso prescinde dalla constatazione che la vita umana presenta una scarsa qualità, tanto che Benatar afferma che esso resterebbe valido anche se la nostra esistenza fosse caratterizzata da un’assoluta beatitudine guastata solo dalla puntura di uno spillo. A questo argomento può poi essere aggiunto l’argomento della qualità della vita che fornisce supporto alla tesi antinatalista per cui dovremmo desistere dal procreare.
    In seconda battuta, andrebbe approfondita l’interpretazione che lo stesso Benatar fornisce del suo argomento dell’asimmetria. Benatar sostiene che si tratterebbe di un argomento person-affected. Tuttavia, se fosse realmente tale allora non sarebbe comprensibile l’enunciato “l’assenza di dolore è un bene anche se non vi è nessuno a fare esperienza di tale assenza”. D’altro canto, non è del tutto convincente la contro-obiezione di Benatar il quale invita a considerare il lato destro del suo schema (utilizzato per la presentazione dell’argomento dell’asimmetria) in termini contro-fattuali.
    In definitiva, Benatar è un pensatore che mi affascina molto e che credo costituisca un passaggio ineludibile per chi si occupa come me di tematiche legate all’etica dell’estinzione. Le sue argomentazioni tuttavia in alcuni casi non sembrano essere del tutto convincenti in vista di una giustificazione della tesi radicale per cui sarebbe moralmente auspicabile programmare la graduale estinzione della nostra specie.

  2. Ti ringrazio per questa risposta davvero ricca e stimolante. Questo breve articolo fornisce infatti un primo tentativo di definizione e avvicinamento al tema che va e deve essere sicuramente approfondito.
    Sull’a-priori credo bisogna intendersi. È vero che l’argomento di Benatar avrebbe una validità a-priori – anche perché se così non fosse cadrebbe anche la stessa ipotesi antinatalista che il filosofo cerca di difendere. Sostengo che non si possa trattare di un principio a priori per il semplice fatto che a discuterne, a valutare l’esistenza – mi concentro, è vero, sulla qualità della vita – è sempre chi già esiste. Siamo noi a discutere e a considerare la nostra esistenza in un modo piuttosto che in un altro e, alla luce di questa, a trarne delle conseguenze sulla nostra come sull’altri – ancora solo potenziale – esistenza.
    Condivido invece con te la posizione non del tutto convincente tra l’interpretazione ‘person-affected’ e la validità ‘generale’ con cui vorrebbe argomentare le sue tesi. Questa stessa incertezza mi sembra tornare più volte anche in merito ad altre questioni. La citazione da te riportata mi riconduce alla prima delle tue riflessioni: “l’assenza di dolore è un bene se non vi è nessuno a fare esperienza di tale assenza”, mi domando, ma ci sarebbe ancora ‘dolore’, sia pure come assenza, se non ci fosse nessuno a farne esperienza? Io penso di no. Ecco perché l’asimmetria a priori mi sembra molto scivolosa da maneggiare.
    Ti ringrazio ancora per queste riflessioni che approfondiscono e completano le mie, aprendomi a spunti di riflessioni ancora solo superficialmente sondati.

  3. In realtà l’argomento dell’asimmetria “tecnicamente” non può essere definito un argomento empirico (se con l’espressione argomento empirico intendiamo una serie di enunciati dai quali inferiamo una conclusione che può essere smentita o convalidata dall’esperienza). Anzi. La “pretesa” di Benatar è quella di dimostrare la preferibilità della non esistenza sull’esistenza a prescindere da considerazioni più specifiche sulla qualità della vita. Questo aspetto si può facilmente cogliere partendo dal fatto che nei quattro statements che costituiscono l’argomento dell’asimmetria non c’è alcun riferimento a “quanto” sia povera la qualità della vita umana. L’argomento dell’asimmetria funzionerebbe ugualmente se la nostra esistenza fosse caratterizzata da uno stato di beatitudine guastato soltanto dalla puntura di uno spillo.
    Nella mia replica sono stato un po’ ellittico e non ho esplicitato i vari passaggi. Tuttavia, che quell’argomento sia valido, agli occhi di Benatar, a prescindere da considerazioni specifiche sulla qualità della vita, lo dimostra il fatto che 1) Benatar avverta la necessità di sviluppare un secondo argomento (l’argomento della qualità della vita), distinto dal primo, per esplicitare “quanto” la qualità della vita sia povera e 2) che in realtà sia l’argomento della qualità della vita a spingere alle conclusioni antinataliste, non l’argomento dell’asimmetria, il quale considerato a prescindere dall’argomento della qualità della vita ci dice soltanto che il non essere presenta un vantaggio netto rispetto all’essere. Questo per Benatar non è però sufficiente a giustificare l’affermazione che “è moralmente sbagliato portare al mondo nuovi esseri senzienti”. Potrebbe infatti darsi il caso che nonostante il non essere presenti un vantaggio sull’essere per qualche ragione morale sarebbe comunque opportuno (se non doveroso) portare al mondo nuovi esseri senzienti. Invece le cose secondo Benatar non stanno così perché portare al mondo nuovi esseri senzienti e a fortiori nuovi esseri umani costituisce un grave danno dal momento che la qualità della vita umana è molto povera e, nonostante siano prevedibili dei miglioramenti grazie al progresso della tecnologia, non sarà mai tanto buona da giustificare una tesi natalista.

    1. Trovo l’articolo di grande interesse per i problemi connessi alla situazione contemporanea: il futuro incerto dovuto alle condizioni relative al cambiamento climatico; all’aumento incontrollato della popolazione, nonostante l’allarmismo sulla denatalità nel mondo occidentale; al continuo riproporsi di focolai di guerra che incrinano profondamente la fiducia illuministica nella “pace perpetua”. Questi scenari, anche escludendo dalla riflessione filosofica le ipotesi catastrofistiche e apocalittiche che hanno pervaso la fantascienza del secolo scorso, inducono tuttavia a una riconsiderazione dei temi del progresso, della responsabilità etica, della promessa di allungamento della vita, cioè a dire: può una vita assumere carattere di dignità anche in assenza di condizioni ottimali che ne garantiscano l’accettabilità, e ancora accettabile equivale a auspicabile, auspicabile equivale a realizzabile nei limiti di una soddisfazione che non induca a porsi domande angosciose sull’esserci?

  4. L’articolo e i commenti mi hanno spinto a leggere il libro di Benatar “Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo”. Intervengo nello spirito del blog, che è quello di condividere opinioni, senza pretese di veridicità.

    Come è stato detto, a sostegno della scelta antinatalista l’autore presenta due principali argomentazioni, la prima basata sulle conseguenze logiche di alcune intuizioni, la seconda su dati empirici.

    La prima argomentazione poggia su quattro affermazioni, che Benatar considera evidenti. Esse sono: (1) La presenza di dolore è male. (2) La presenza di piacere è bene. (3) L’assenza di dolore è bene, anche se nessuno gode di questo bene. (4) L’assenza di piacere non è male, a meno che ci sia qualcuno per cui questa assenza rappresenti una privazione.

    Riassumendo:

    Scenario A (X esiste)

    (1) Presenza del dolore (Male)

    (2) Presenza del piacere (Bene)

    Scenario B (X non esiste)

    (3) Assenza del dolore (Bene)

    (4) Assenza del piacere (Non Male)

    Benatar ne deriva che lo scenario B (non esistenza) è sempre preferibile.

    Anch’io trovo molto problematica l’accettazione della affermazione (3). So che Il dolore è una sensazione che viene esperita dagli esseri senzienti. Penso quindi che l’assenza di dolore presupponga l’esistenza di esseri senzienti, i quali non ne fanno esperienza. Se Benatar parla del dolore come esperienza personale – e non in senso impersonale – l’affermazione (3) è per me difficile da comprendere (come, mi pare, anche per Luca Lo Sapio). Se invece Benatar parla del dolore in senso impersonale, dovrebbe analogamente parlare in senso impersonale anche del piacere e diverrebbe incomprensibile l’affermazione (4).

    La seconda argomentazione (empirica) sostiene invece che, se guardiamo con attenzione i vari aspetti della vita umana, ci accorgiamo che queste vite sono di cattiva qualità e che di conseguenza non vale la pena che esse abbiano inizio. L’argomento va preso seriamente, ma – proprio perché si basa su dati empirici – può essere discusso e potenzialmente falsificato grazie a ulteriori dati.

    Spero che Sarah, Luca, Luisa e chi altri desideri intervenire possano approfondire il tema … e se è il caso farmi sapere dove ho ragionato male.

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