Il problema mente-corpo tra filosofia e scienza

-di Nicola Simonetti-

Tra corpo e anima vige un rapporto materia-forma,

come se l’anima fosse la vera forma del corpo.

Chiedersi se corpo e anima siano la stessa cosa

è una domanda priva di senso:

 è come domandarsi se sono la stessa cosa

la cera e la forma della candela

(Aristotele)

Il problema del rapporto mente-corpo, al pari del rapporto spazio-tempo e di poche altre questioni filosofiche, rappresenta uno tra i problemi filosofico-scientifici più classici e annosi su cui filosofi, psicologi e (neuro)scienziati si siano confrontati nei secoli e si confrontino tuttora.

Con “problema mente-corpo” o “mind-body problem” (secondo la tradizione analitica anglo-americana) si è soliti designare un insieme di tematiche e ricerche classiche sia filosofiche sia psicologiche e neuroscientifiche orbitanti intorno allo statuto della mente, con i suoi aspetti e le sue proprietà, e la sua relazione con il corpo, con i suoi aspetti e le sue proprietà.

Tale problema, tra i più antichi e classici nella storia della filosofia, è ritornato in auge soprattutto grazie alla nascita della cosiddetta “scienza cognitiva” (intorno agli Anni ’70 del secolo scorso), un fecondo programma di ricerca multi/inter-disciplinare cui concorrono le sei discipline dell’ormai classico “esagono cognitivo”: filosofia, linguistica, psicologia, intelligenza artificiale (I.A.), neuroscienze, antropologia. Esse, sin dalla loro nascita, hanno focalizzato la loro attenzione sullo studio e la comprensione delle cosiddette “facoltà cognitive”, ossia i processi mentali d’ordine superiore: percezione, memoria, linguaggio, pensiero, ecc.

Il risultato della convergenza di queste diverse scienze su problemi classici come il mind-body problem, nonché sulla natura e sul funzionamento delle facoltà cognitive, ha dato origine a sofisticati modelli od “ontologie” della mente.

Tali modelli della mente, pur essendo spesso il prodotto di una lunga discussione e riflessione su recenti scoperte e teorie “scientifiche” circa la complessa fisiologia di cervello, mente e organismo (nei suoi diversi organi e apparati), spesso rievocano, non a caso, le dottrine filosofiche di importanti pensatori dall’età antica a quella contemporanea, a dimostrazione di quanto il problema mente-corpo, sin dalle origini del pensiero occidentale, gettasse un ponte naturale tra filosofia e scienze.

In particolare, la prova storica di quanto questo problema intrecci inscindibilmente filosofia e scienze, in primis la medicina, si può già intravedere nella biografia stessa di molti filosofi antichi, moderni e contemporanei, che hanno mostrato significativi interessi per la medicina e le scienze naturali o, viceversa, in quella di importanti neuroscienziati odierni, che si sono cimentati ad ampio raggio sui problemi filosofici implicati dal rapporto mente-corpo.

Sul versante della filosofia basti pensare, per esempio, agli interessi naturalistici che animarono Aristotele, il cui padre Nicomaco era stato medico alla corte di Macedonia, circa quarant’anni prima della chiamata di Aristotele stesso alla corte del re Filippo. Oppure si pensi agli spiccati interessi medici di Descartes, alias Cartesio, che lo portarono a dedicare gran parte dei suoi sforzi filosofici al rapporto tra res cogitans e res extensa, individuando quale ponte di collegamento psicofisico la ghiandola pineale o epifisi, ghiandola endocrina al centro del cervello.

Eppoi, lo stesso padre dell’empirismo anglosassone Locke, il quale, oltre a conoscere bene il pensiero del suo grande contemporaneo, il filosofo naturale (oggi diciamo “fisico”) Newton, e ad esserne sicuramente influenzato, compì studi medici e naturalistici, che certamente favorirono la definizione dei suoi interessi per lo studio dell’intelletto umano, delle sue leggi e idee. Lo stesso Schopenhauer si iscrisse prima alla Facoltà di Medicina per poi passare, tre anni dopo, allo studio della filosofia. Per non parlare poi, di quanto le patologie mentali, come la depressione e la follia, abbiano segnato direttamente o indirettamente la vita e/o la produzione letteraria di molti filosofi e non solo: basti menzionare Comte e Nietzsche.

Infine, giungendo ai giorni nostri, si pensi a quanti (neuro)biologi e (neuro)scienziati in genere abbiano fornito spunti rilevanti ai cosiddetti “scienziati cognitivi” e ai filosofi della mente odierni o, viceversa, quanto i primi siano stati affascinati nelle loro opere da questioni filosofiche, come appunto il rapporto mente-corpo, la natura e la “sopravvenienza”[1] di proprietà tipicamente mentali come gli “stati qualitativi” o qualia, o gli stati “intenzionali”, la coscienza e, in ultimo, le emozioni.

Basti menzionare, tra i tanti, nella schiera dei (neuro)scienziati, il biologo Dawkins con la sua teoria del “gene egoista”, il neurobiologo Edelman, con il suo “darwinismo neurale”, o, infine, il neurobiologo Damasio, con i suoi influenti lavori sulla coscienza e sulle emozioni.

Sul versante filosofico, la schiera delle ontologie o teorie della mente è ancora più complessa e in fieri, ma per citare i più famosi filosofi della mente odierni basti pensare a Dennett, con il suo “strumentalismo evoluzionistico”, Searle con la sua teoria dell’intenzionalità intrinseca e il suo “naturalismo biologico”, Kim, con la sua teoria riduzionistica della sopravvenienza e infine Chalmers con il suo “dualismo delle proprietà”, ecc.   

Oggi, alla luce delle recenti scoperte neuroscientifiche, nonché dei contributi di filosofi e scienziati della mente, si può dire che il problema mente-corpo fa ormai da cornice a una serie lunga, complessa e sfaccettata di questioni filosofiche e scientifiche, la cui comprensione ci aiuta a gettare luce sull’ “universo” sconfinato della “galassia” mente[2], non solo umana.

Alcuni tra i tanti interrogativi che sostanziano questo problema, già storicamente importante[3], e attualizzato negli ultimi decenni dalla nascita di una scienza della mente, sono i seguenti.

Dove e perché si ferma la realtà fisica per dare spazio alla “mente” con i suoi aspetti e le sue proprietà peculiari e straordinarie? E, ancor prima, cosa si dovrebbe intendere per “mente”: il software del cervello, come ci suggerisce il programma informatico dell’intelligenza artificiale forte (Turing, Putnam, Minsky, ecc.), o il prodotto evolutivo apicale della materia biologica, come ci suggeriscono filosofi evoluzionisti, biologi e neuroscienziati (Dennett, Edelman, Damasio, ecc.)?

La facoltà cognitiva del linguaggio è innata o acquisita? L’intenzionalità della mente, ovvero la capacità di rappresentarsi una realtà esterna, e l’ “io” individuale”, sono qualità innate o solo teorie per spiegare un pensiero o un comportamento? Stati e processi mentali sono riducibili a dei semplici stati e processi fisici? Esiste una genuina causalità mentale? Cosa sono, dove sono e a cosa servono le emozioni? Sono più legate al corpo o alla mente? E, infine, che cos’è la coscienza e qual è il suo rapporto con le emozioni?

Come si può notare da quanto detto, molte sono le teorie scientifiche e filosofiche sulla mente, e molte di più sono le questioni parzialmente o del tutto irrisolte. Ma se i filosofi dovrebbero essere soprattutto abili nel porre domande articolate e sottili, e gli scienziati abili nel fare nuove scoperte che offrano spunti per nuovi modelli filosofici, allora siamo sulla buona strada. Quindi, non ci resta che augurare un buon lavoro sia ai filosofi sia agli scienziati della mente in quanto, come sono solito dire, la filosofia senza scienza è vuota, mentre la scienza senza filosofia è cieca.


[1] Con “sopravvenienza” si intende la relazione di dipendenza o determinazione dell’aspetto mentale dall’aspetto fisico. Si tratta di un concetto filosofico introdotto in filosofia della mente da D. Davidson nell’articolo “Mental Events” (1970) e particolarmente sviluppato in senso riduzionista da J. Kim in Supervenience and Mind (1993), Cambridge University Press, Cambridge, e in Mind in a Physical World (1998), The MIT Press, Cambridge (MA), trad. (di N. Simonetti) La mente e il mondo fisico, McGraw-Hill, Milano 2000. Infine, un ultimo importante lavoro di J. Kim su fisicalismo, causazione mentale e coscienza è Physicalism or Something Near Enough (2005), Princeton University Press, Princeton (NJ), trad. (di N.Simonetti e S. Sgarbi) La mente ai confini del fisicalismo, Melquiades, Milano 2014.

[2] Questa è la metafora calzante e significativa che adopera Rita Levi Montalcini nel suo saggio La galassia mente (1999), Baldini&Castaldi, Milano, considerando la presenza in un cervello umano di miliardi di neuroni, al pari delle stelle in una galassia.

[3] Come si è visto, nella storia della filosofia molti sono i filosofi che si sono occupati del cosiddetto problema mente-corpo, sebbene, evidentemente, attraverso linguaggi e argomentazioni differenti. A titolo esemplificativo si possono ricordare, tra i filosofi antichi, le diverse riflessioni di Platone e Aristotele sull’anima e i suoi rapporti con  il corpo, sino alla prima formulazione in chiave moderna del problema mente-corpo ad opera di Cartesio, con il suo dualismo sostanziale interazionista.

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