Il significato della vita e la bioetica

-di Massimo Sartori-

Secondo il neuropsichiatra Viktor Frankl  (1905-1997), il significato della vita è importante per molte ragioni: ci dà uno scopo, ci fornisce valori di riferimento per giudicare le nostre azioni, ci assicura un senso di controllo e aumenta la nostra autostima. Molti problemi emotivi deriverebbero dall’incapacità di scoprire un significato della vita e potrebbero essere risolti solo trovando qualcosa che renda la vita degna di essere vissuta[i].

Tuttavia, secondo Thaddeus Metz, ricercatore dell’Università di Pretoria, la bioetica ha a lungo considerato il significato della vita come una categoria di poco conto, preferendo invece concentrarsi sulla felicità e sulla giustizia.  Il filosofo basa questa sua affermazione sull’analisi della letteratura bioetica anglosassone, ove i valori di riferimento per discutere le varie proposte normative in campo biomedico sono stati prevalentemente la felicità (benessere) e la giustizia (moralità).

Nel suo recente articolo Meaning and Medicine: An underexplored bioethical value[ii] egli cerca di dimostrare come felicità e giustizia siano valori diversi dal significato della vita e quanto sia invece importante tenere conto anche di quest’ultimo per sviluppare le argomentazioni e le proposte in campo bioetico. Egli precisa di fare riferimento al significato che ogni persona conferisce alla propria vita e non al significato della vita inteso in senso cosmico o attribuibile all’umanità nel suo complesso.

I “quattro principi”e il significato della vita

Metz osserva che il campo dell’etica occidentale, negli ultimi due secoli, è stato dominato dalle teorie basate sull’egoismo, sull’utilitarismo, sul contratto sociale, sul kantismo o sul comando divino. Coloro che hanno aderito a queste prospettive teoriche hanno fatto riferimento a due sole categorie motivazionali e normative: da una parte l’interesse personale, inteso come il proprio benessere, e dall’altra la moralità, un sistema che permette di limitare il proprio interesse personale o di combinarlo con quello degli altri.

Tuttavia, secondo Metz, il significato della vita di una persona non può essere ridotto a queste due categorie. Ogni individuo ha un significato unico che rende la propria esistenza desiderabile e che richiede di orientare la propria vita verso l’esterno, attraverso relazioni significative o attività che danno un senso alla propria esistenza. Ad esempio, una persona può agire in modo significativo allevando i figli con saggezza, stabilendo una relazione stretta con un’altra persona, facendo del volontariato, impegnandosi in un’attività lavorativa o artistica, eccetera.

Di conseguenza, per Metz, anche i quattro principi proposti da Beauchamp e Childress (rispetto per l’autonomia, non maleficenza, beneficenza, giustizia)[iii], che hanno consentito di trovare un terreno comune fra chi faceva riferimento alle diverse teorie etiche, per cercare di pervenire a conclusioni pratiche condivise che regolassero il rapporto fra i curanti e i pazienti, non appaiono sufficienti. Infatti, essi non terrebbero nella dovuta considerazione il significato della vita delle persone.

Solo di recente, secondo il filosofo, la bioetica ha iniziato a confrontarsi con la categoria significato della vita per affrontare i dilemmi etici. In questo modo, oggi gli esperti di bioetica cominciano a chiedersi se l’azione dei curanti ha un impatto positivo o negativo sul significato della vita dei pazienti, piuttosto che concentrarsi solo sul promuovere il loro benessere in modo moralmente corretto.

L’importanza del significato della vita in sei ambiti bioetici

Metz, attraverso l’analisi della letteratura bioetica recente, ha individuato sei ambiti nei quali gli studiosi di bioetica cominciano a considerare non solo il benessere delle persone, ma anche il significato che esse attribuiscono alla propria vita.

Questi ambiti sono: 1) la decisione di generare o non generare figli, 2) le scelte riguardanti il salvataggio di vite umane, 3) la decisione di prolungare o meno la durata della vita, 4) il potenziamento biologico e la modifica delle caratteristiche umane, 5) la fine della vita e le modalità attraverso le quali essa può essere raggiunta, come l’aborto o l’eutanasia, e 6) la possibilità di una morte dotata di senso e le cure palliative che possono favorirla o impedirla.

Secondo Metz, considerare il significato della vita nei confronti di questi argomenti può aiutare a prendere decisioni più consapevoli e motivate, che tengano conto delle esigenze degli individui coinvolti.

Il significato della vita e il rispetto dell’autonomia

Il lavoro di Metz è interessante, perché può segnalare un cambiamento nell’insieme dei valori utilizzati dai bioeticisti per argomentare in campo biomedico. In proposito, vorrei proporre due considerazioni.

La prima è che l’idea di Metz sul “significato della vita” richiama la teoria proposta trent’anni or sono da Ronald Dworkin sui due tipi di interessi che guidano la vita delle persone: quelli esperienziali e quelli critici[iv]. In altre parole, ci sono cose che facciamo perché ci piacciono, come passeggiare in un bosco d’autunno, e altre che ci danno un senso di scopo e significato, come costruire amicizie sincere o crescere bene i figli. Questi ultimi interessi critici sono simili a quelli proposti da Metz per promuovere il significato della vita. In sostanza, sia Dworkin che Metz ritengono che gli interessi critici siano più importanti di quelli esperienziali e che rispettare il significato della vita di una persona significhi rispettare in modo autentico la sua autonomia. Peraltro, il principio del rispetto per l’autonomia è uno dei “quattro principi della bioetica” di Beauchamp e Childress.

La seconda considerazione riguarda il rovescio della medaglia: c’è un potenziale rischio nella promozione del significato della vita come valore importante da considerare quando si prendono decisioni biomediche. Questo rischio riguarda le persone che non sono più autonome e che non hanno espresso in precedenza le proprie disposizioni anticipate, oppure che non sono mai state autonome. Se il significato della vita diventasse il valore principale per prendere decisioni mediche nei confronti di questi individui, ci sarebbe il rischio di sminuire o penalizzare le vite che vengono considerate meno significative.


[i] V. Frankl. Man’s Search for Meaning. (1992, 4th ed.). Boston, MA: Beacon Press.

[ii] T. Metz. Meaning and medicine: An underexplored bioethical value. Ethik Med (2021) 33:439-53.

[iii] T.L. Beauchamp e J.F. Childress, Principles of Biomedical Ethics, (2019, 8th ed.) New York, Oxford University Press.

[iv] R. Dworkin, Life’s Dominion: An Argument about Abortion, Euthanasia, and Individual Freedom. New York: Knopf, 1993: 221-9.

Un pensiero riguardo “Il significato della vita e la bioetica

  1. Leggendo l’intervento di Massimo Sartori sul “Significato della vita e la bioetica”, ho trovato un’inaspettata coincidenza con l’attività che sto svolgendo da anni nelle carceri milanesi, basata in prima istanza sulla discussione di alcune frasi di autori celebri che sottopongo alla riflessione del gruppo di detenuti con i quali di volta in volta mi trovo a lavorare. Proprio in questi giorni ho proposto loro una frase di VIKTOR FRANKL: “Vivere, in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone a ogni singolo, di far fronte all’esigenza dell’ora.” La frase, tratta dal testo scritto da Frankl all’indomani della fine della seconda Guerra mondiale, “Uno psicologo nei lager”, 1946, sottolinea la qualità della riflessione filosofica dello psichiatra austriaco, internato dal 1942 al 1945 in quattro campi di concentramento nazisti, tra cui Auschwitz e Dachau. Questa frase, divisa in tre parti, permette di affrontare criticamente tutti gli aspetti che il vivere comporta per ogni essere umano; si sofferma su alcuni principi quali la responsabilità di scelta insita nella risposta ai problemi vitali di base, sulla questione dei compiti che l’individuo si pone nel suo progetto di vita (procreazione, utilità sociale, altruismo, lotta per un futuro migliore, ecc.), sulla capacità di far fronte agli imprevisti che il vivere comporta supportati da un solido sistema di valori lucidamente costruiti.

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